Quando si parla di “cash flow” spesso nasce una naturale confusione circa la definizione di questo termine, le sue implicazioni strategiche nello studio dell’andamento di un’azienda e, di conseguenza, con altri termini che possono sembrare ad esso connesso. L’ambiguità e la sovrapposizione che mi è capitato di sentire in maniera più diffusa praticando la mia professione è proprio quella tra cash flow e utile netto. Scopriamo insieme come questi due termini siano profondamente diversi.

Che cosa è il cash flow?

Comincia con la definizione e la spiegazione basilare di cash flow: con questa parola si identifica nulla altro che il flusso di cassa ovvero la liquidità di cui una determinata azienda dispone in quel preciso momento della propria vita. Anche se questo parametro è strettamente collegato al fatturato, tuttavia non è detto che ad un fatturato alto corrisponda un cash flow cospicuo.

Le ragioni di questa discrepanza sono numerose e possono risiedere in una delle seguenti casistiche:

  • I termini di pagamento dei clienti sono molto dilazionate nel tempo: qualora il cliente abbia come termini di pagamento una data che è posteriore a quella in cui l’azienda deve pagare il fornitore, il flusso di cassa potrebbe risentirne.
  • Il cliente non paga: anche l’azienda ha diversi strumenti per portare il proprio cliente a corrisponderle la cifra pattuita da un contratto firmato, tuttavia anche in questo caso i tempi potrebbero dilazionarsi in maniera cospicua portando il cash flow ad un importante squilibrio in negativo.

È quindi evidente come la frase “Il fatturato è vanità, l’utile d’esercizio è ragionevolezza, la cassa è realtà” sia oltre modo vera.

Che cosa è l’utile netto?

L’utile di esercizio non è altro che la differenza tra i ricavi e i costi sostenuti durante l’annualità da un’azienda. Questo dato – purtroppo – prescinde dal reale incasso delle fatture emesse e del pagamento dei costi che devono essere corrisposti ad un’azienda.

Alla luce di queste definizioni appare chiaro come, in un mondo finanziario ideale e utopico, in cui non esistono dilazioni negli incassi da clienti e pagamenti dai fornitori ci sarebbe una perfetta equivalenza tra utile d’esercizio e cash flow alla fine dell’anno. Tuttavia, grazie alla legge italiana che tutela in un’infinità di modi i propri consumatori questo non avviene.

Facciamo un esempio

cash flow

Immaginiamo come l’azienda X venda prodotti per 100.000 e riesca a mantenere i costi di produzione a 80.000. In questo caso l’utile netto è dato dalla differenza tra le vendite e i costi di produzione: 100.000 – 80.000 = 20.000

Ipotesi 1: immaginiamo adesso un mondo ideale in cui l’azienda ha incassato tutto quello che ha venduto e che ha pagato i propri fornitori: in questa situazione quello che realmente le rimane (cash flow) è 20.000 che corrisponde all’utile di esercizio.

Ipotesi 2: immaginiamo ora un mondo reale  in cui esistono le dilazioni che permettono ai clienti di pagare le fatture con termini di pagamento molto dilatati nel tempo, i fornitori che al contrario vogliono essere pagati immediatamente e – come se questo non bastasse – anche gli stipendi di eventuali dipendenti. Ecco come non solo calcolare il cash flow può diventare un vero calvario, ma soprattuto può portare ad un risultato poco veritiero e lontano dall’utile netto d’esercizio.

Categorie: Finanza

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